Severino Boezio e il “De Consolatione Philosophiae”

Severino Boezio nacque a Roma tra il 475/477 d.C da una nobile famiglia romana. Studiò all’accademia di Atene, ottenne la fama di grandioso erudito ed intraprese una fiorente carriera politica sotto Teodorico, seguendo le orme familiari. Ottenne varie cariche in senato fino a diventare “Magister Officiorum”, ruolo di elevato prestigio.

La scalata al potere di Boezio fu fermata da un episodio che cambiò l’ordine delle cose. Era l’anno 522 d.C quando l’ex senatore Albino venne accusato, tramite l’ausilio di alcune lettere di dubbia appartenenza, di complottare contro Teodorico. In virtù di ciò Boezio prese le sue difese, e questa presa di posizione gli costò la caduta in disgrazia. Venne accusato anch’egli, e fu incarcerato nel 524 presso Pavia. Fu propria tra le mure del carcere che scrisse la sua opera fondamentale: “De Consolatione Philosophiae”. Morì l’anno seguente.

Le opere e il pensiero di Severino Boezio

Boezio, come detto, era considerato, per evidenti meriti, uno dei più grandi studiosi del tardo impero romano. Fu continuatore di una tradizione classica, traducendo tutte le opere di “logica” aristoteliche (“Organon“). D’altro canto il suo pensiero si posiziona in continuità con quello del padre della patristica romana: Agostino. E nello stesso momento colui che apriva la strada alla “Scolastica” medievale, cercando di conciliare fede e ragione.

Il pensiero di Severino Boezio è in tal modo una mescolanza di sapere e scienze diverse. Oltre ad Aristotele, Boezio legge le opere stoiche e quella platonico tramandata da Plotino. Nella divisione tra “quadrivium” e “trivium” si condensa il sapere umano, tra le conoscenze effettive ( aritmetica, geometria, astronomia e musica) ed il modo in cui poterle esprimere (logica, grammatica e retorica).

Prova del suo così ampio sapere sono le opere giovanile quali il “De institutione arithmetica” e il “De institutione musica”. In particolare quest’ultima affronta il tema della musica in chiave platonica e pitagorica, come accordo di astri e elementi della natura. Le opere di logica più mature, come precedentemente detto, sono viste in chiave Aristotelica. Importante risulta la diatriba sugli universali, che percorrerà tutta la filosofia medievale. Anche qui si affida all’ipotesi Aristotelica, che non concepiva gli universali (i concetti) sussistenti per sé (Platone); ma traeva la loro realtà nelle e dalle cose.

De consolatione philosophiae

L’opera, la più importante di Severino Boezio, fu scritta durante gli anni del carcere. In quanto uomo, Boezio si ritrova distrutto da una ingiustizia, da fallimenti che lo avevano portato lì dov’era in quel momento. Sembrava che nulla riuscisse a risollevarlo. Tranne per una cosa, in cui trovava la “consolazione”: la ricerca dell’ “unico vero”. Gli viene incontro un topos della letteratura filosofica. Una donna molto bella nonostante fosse anziana: la Filosofia.

Ella indossa una veste alle cui estremità mancano dei pezzi di tessuto, a causa dei falsi profeti che cercavano di strapparle frammenti che invano spacciavano per “Verità”. Severino Boezio dà inizio ad un lungo percorso nei cinque libri, sottoforma di Consolatio, in cui affronta temi platonici. Tra i quali quello del “Sommo Bene”, dell’anima del mondo, del libero arbitrio e della volontà divina.

Boezio trova così la sua consolazione, nell’eternità di Dio, nella sua conoscenza suprema e alla possibilità dell’uomo di “sforzarsi di elevare alla massima intelligenza” (sopra-sostanzialità divina). Tale conoscenza è possibile grazie a quel sincretismo tra la ragione umana e l’intelletto divino.

Il dibattito su chi realmente fosse il destinatario della consolazione di Severino Boezio è un tema affrontato a partire dalla sua morte. Se quello di cui ci parla Boezio sia il Dio Cristiano, o il Dio dei filosofi, non si può averne la certezza. Dal punto di vista cristiano ci sono i suoi “Opuscola Sacra” che in un certo modo confermerebbero tale ipotesi. Ricordiamo che in tale opera Boezio si concentra nel confutare le teorie sulla sostanzialità di Cristo di Eutiche e Nestorio. O ancora difendendo la tripartizione divina su base neoplatonica. D’altro canto c’è l’ipotesi di un uomo, estremamente acculturato, che probabilmente, in una condizione di estrema sofferenza, faceva riferimento ad un concetto più esteso di divinità, allargando i confini della patristica cristiana.

Severino Boezio, De consolatione philosophiae:

L’uccel canoro, che sugli alti rami
gorgheggia, vien rinchiuso in una gabbia;
per quanto sollecita mano gli porga
con cura affettuosa melate bevande
per gioco, e copia di cibi;
se saltellando sul breve graticcio
vede l’ombre dei boschi a lui gradite,
con le zampette schiaccia le vivande; 
e mesto cerca soltanto le selve, 
le selve canta con la dolce voce.

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