Ugo Foscolo e le Ultime lettere di Jacopo Ortis

Le Ultime Lettere di Jacopo Ortis sono l’opera più rappresentativa della poetica foscoliana.

Ugo Foscolo nasce in Grecia (Zante) nel 1778. In giovane età gira qualche paese, a causa della professione del padre Andrea, per ritrovarsi poi in Italia a Venezia nel 1793. Svolge vari impieghi militari per poi diventare professore di Eloquenza nel 1808. La vita pubblica lo porta ad interessarsi delle faccende politiche, da qui dopo l’esaltazione iniziale per la discesa Napoleonica in Italia si arriverà all’istituzione dell’esilio, risposta alla delusione politico – sociale dell’autore.

La formazione di Foscolo è eterogenea e molto ampia, ce ne da qualche dimostrazione un piano di studi steso da egli stesso nel 1796. In quest’ultimo si evincono diversi nomi di autori classici e autori più moderni, rimatori e prosatori. Importantissimo risulta il nome di Plutarco, autore delle “Vite Parallele” intorno alle quali Foscolo organizza diversi scritti.

Sistema tragico di Foscolo

Le prime pubblicazioni dell’autore sono tragedie. Queste prendono spunto dall’autore tragico per eccellenza in Italia: Vittorio Alfieri. Il Foscolo parte dall’Alfieri per poi superarlo, in una canonizzazione del proprio sistema. In particolare lo stesso autore riferisce il proprio sistema tragico, esso è basato su tre punti fondamentali: caratteri, passioni, accidenti. Il primo è riferito ai personaggi, il secondo a ciò che li muove, mentre il terzo è necessario per l’intreccio e il progredire tragico.

Ciò che stupisce nella teorizzazione del Foscolo sulla tragedia è che egli stesso considererà un romanzo, cioè l’Ortis, il punto massimo di perfezione tragica del proprio sistema. A questo punto si comprende come il primo romanzo moderno della letteratura italiana, diventi testimonianza di un canone tragicamente inteso.

Ultime Lettere di Jacopo Ortis

Interessante la faccenda filologica dell’Ortis. Una prima bozza del romanzo epistolare la si ritrova nel 1796 col nome di Laura-Lettere. Quando nel 1798 l’editore Marsigli chiedeva una redazione completa del romanzo, Foscolo decide di fermarsi temporaneamente. Di qui nasce a nome di un tale Angelo Sassoni, il quale si appropria del lavoro dell’autore per cambiarne drasticamente i contenuti, il romanzo Vera storia di due amanti infelici.

Venuto a conoscenza del plagio Foscolo rivendica la propria appartenenza all’opera, così decide di portarne a termine una prima redazione che vede la luce nel 1802. Se ne avranno poi altre due: 1816 e 1817. Molto interessanti risultano le due relazioni postume, le quali contengono lettere non presenti nella prima redazione e una ricca Notizia Bibliografica.

La scelta del romanzo epistolare non è casuale, Foscolo aveva due importanti precedenti alle spalle, da un lato Goethe e dall’altro Rousseau. Subito dalla prefazione all’Ortis si comprende la grande differenza che passa tra il lavoro foscoliano e i due precedenti. Jacopo Ortis sceglie l’esilio prima e il suicidio poi, per una delusione politica. Questa è una importantissima differenza con il Werther, nel quale il protagonista si toglie la vita per inettitudine. Jacopo non è inetto. Bensì consapevole e nel suicidio egli non vede un gesto estremo per combattere le proprie delusioni, bensì l’unica via di salvezza da questo mondo che non gli appartiene più.

Per i motivi sopra indicati l’amore nelle lettere di Jacopo Ortis è solo un elemento di congiunzione e strumento narrativo, esso non è rilevante nel moto della narrazione ma fa da tramite. Jacopo crede ad un certo punto di aver trovato nell’amore una via di fuga, ma si renderà conto che neanche questa è in grado di sollevare il proprio stato d’animo.

La vicenda prende spunto da un evento politico

Nel 1797 Napoleone firma con l’Austria il Trattato di Campoformio, con il quale si annulla di fatto la possibilità di un’unità nazionale italiana. La prima lettera del romanzo si apre con dei versi eccezionali per riassumere lo stato d’animo dell’autore/protagonista:

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito?”.

Fin da subito ci si immette nel sistema narrativo con uno stato d’animo tragico. Il quale capitolerà nel finale con la morte del protagonista che non riesce a sopportare ancora quello stato. Interessante risulta la scelta di affidare la narrazione ad un amico di Jacopo Ortis: Lorenzo Alderani. Egli riordina le lettere scambiatesi in un disegno organico e coerente, per “erigere un monumento alla virtù sconosciuta”, cioè Jacopo Ortis stesso.

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